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MORSI, GRAFFI E SPINTONI

Morsi, graffi e spintoni
Fin da piccolo il bambino può far del male involontariamente e inaspettatamente ai propri genitori o ad altri bambini, per esempio, mordendo il capezzolo con troppo vigore durante l’allattamento, scalciando il genitore che lo sta cambiando o graffiando un coetaneo. Fermo restando che nel limite del possibile sono comportamenti che potrebbero essere prevenuti con un accudimento accogliente e attento, può succedere che nonostante la maggiore cura possano succedere degli episodi che sfuggono al controllo del genitore. Poiché questi sono comportamenti che non ci si aspetta, si resta sorpresi e ci si chiede cosa si celi dietro a questi gesti. Nei primi 14-18 mesi di vita il bambino non distingue tra l’io e il tu e, anche se ne sembrerebbe capace, non è in grado d’immaginare che un’azione possa procurare dolore. I suoi gesti nascondono il desiderio di esplorare, di muoversi, ma anche di allentare la tensione. Se un lattante morde improvvisamente la madre, la causa potrebbe essere da ricondurre ai dolori della dentizione. Quando tira un calcetto può significare che cerca un punto d’appoggio o che mette alla prova la sua forza, la sua capacità di movimento. Un graffio a un altro bambino sul viso può essere l’effetto di un goffo tentativo di comunicare con l’altro. Entro i 18 mesi il bambino inizia a imparare a distinguere sé dall’altro. Non si lascia più contagiare facilmente dalle emozioni degli altri e non scoppia più a piangere se vede un altro bimbo in lacrime. Il contagio emotivo lascia spazio all’empatia, alla capacità di comprendere le emozioni degli altri. A questa età il bambino inizia a essere in grado di separare i propri sentimenti da quelli degli altri. Nel secondo anno di vita migliora anche la motricità che si affina e diventa più coordinata. Se il bambino vede un suo coetaneo giocare con una palla bellissima che lo attira irresistibilmente, è in grado di strappargliela dalle mani e, se del caso, di allontanarlo bruscamente. Non si tratta di un sentimento di appropriazione, ma il desiderio di giocare allo tesso gioco dell’altro. Attorno ai 30 mesi si può osservare in molti bambini un aumento di aggressività. Possono assumere atteggiamenti gentili e consolatori nei confronti dei propri coetanei o far scatenare un pianto. A questa età prende forma anche l’io morale, che porta il piccolo a pensare, per esempio, “Cosa succede se rovescio questo vasetto?”. Vedere le reazioni e le conseguenze dell’atto. In questa fase il bambino vuol fare tutto da sé anche se non ne è del tutto capace. Sentirsi limitato nella conquista della sua autonomia gli crea un senso di frustrazione che può sfociare in atteggiamenti aggressivi. Dai 4 anni i comportamenti aggressivi diminuiscono, il bambino inizia a mettersi nei panni degli altri, a comprendere le conseguenze dei suoi atti, a controllarsi maggiormente e a confrontarsi con le regole degli adulti. I litigi si iniziano a risolversi trovando insieme, con coetanei e adulti, una soluzione.

Come ci si deve comportare davanti ad atteggiamenti di aggressività del proprio bambino?
Se un bambino tratta male un suo coetaneo a tal punto da farlo piangere e spaventarlo, i genitori, l’adulto di riferimento, devono intervenire, non ignorare l’accaduto. Niente grida che si sommano agli urli o ai pianti dei bambini, nessun gesto brusco o inutili strattoni. Occorre frapporsi con dolcezza, senza innervosirsi. L’eccesso di emozioni del genitore potrebbe risultare controproducente, non bisogna allontanare i litiganti, ma mostrare loro atteggiamenti alternativi che possono produrre reazioni diverse, concilianti. È consigliabile andare incontro ai bambini abbassandosi all’altezza dei loro occhi, rassicurarli della propria presenza, calmare entrambi, senza cercare colpevoli e chiedere motivazioni che, a quell’età, i bambini non sanno compiutamente dare. Anche rimproverare non serve a molto, meglio riassumere i sentimenti dei due bambini, rasserenare gli animi con la propria presenza, i propri gesti e l’intonazione della voce. Intervenire, non per separare i bambini in lite, ma per aiutarli a ricominciare a giocare insieme indisturbati. Fateli riflettere con domande facili: “E ora come facciamo per tornare a giocare insieme?” Se vi prendete il tempo, ascolterete risposte inaspettate. È vero, non è sempre così tutto semplice, ma l’importante è provarci.


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